Diventare Fungo
- 1 giorno fa
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Di Jacqueline I. Topakian, GENEVA HOLISTIC

Ci sono momenti nella vita in cui accade qualcosa che non può essere spiegato da una prospettiva puramente tridimensionale, qualcosa che si può comprendere solo attraverso un sapere profondo, un sapere che arriva molto prima che la mente abbia anche solo la possibilità di darne un senso.
La maggior parte del tempo attraversiamo la vita percependo ciò che ci circonda da un punto di vista umano e piuttosto egotico, dando le cose per scontate, mettendo raramente in discussione la mente alveare a cui tutti abbiamo tacitamente accettato di appartenere, e così facendo perdiamo i doni straordinari e magici presenti tutt’intorno a noi, in attesa di essere riconosciuti, in ogni luogo e in ogni istante. Questi momenti magici e inediti possono essere vissuti solo quando cambiamo il modo in cui percepiamo le cose in relazione a noi stessi, quando lasciamo che il nostro solito modo di guardare il mondo si ammorbidisca e si dissolva, e, come vedrete, a volte crolli del tutto. Questa è una storia vera, una delle tante che potrei raccontare, ma una storia bella.
Il cesto vuoto
L’ho vissuta molti anni fa, durante una passeggiata autunnale in un bosco che conoscevo bene. Ogni anno, nella stagione giusta, vi tornavo in cerca di porcini, i miei funghi preferiti per un buon risotto, e con gli anni ero arrivata a conoscere i suoi sentieri segreti e i suoi angoli nascosti quasi quanto conoscevo me stessa. Camminare sotto quegli alberi con il mio cesto era diventata una delle semplici gioie del mio anno. C’è qualcosa di singolare nel trovare il proprio cibo nella natura, qualcosa che ci collega a un tempo in cui l’essere umano viveva ancora in relazione diretta con la Terra, perché raccogliere, quando ci si presta davvero attenzione, non è semplicemente un atto di raccolta, ma una conversazione armoniosa con il mondo naturale.
Quel giorno, però, la conversazione sembrava essersi completamente interrotta. Ho percorso ogni angolo nascosto che conoscevo, cercando per quasi due ore sotto gli alberi, tra il muschio, e intorno ai rami caduti dove i funghi erano sempre apparsi negli anni passati, eppure non ho trovato nulla, nemmeno un piccolo fungo timido che spuntasse per salutarmi. Il mio cesto rimaneva vuoto mentre la mia pazienza si trasformava prima in frustrazione e poi, ben presto, in quella forma di moderata indignazione che solo un cercatore di funghi determinato può davvero comprendere. "Dove sono", continuavo a chiedermi, "perché non riesco a trovarne nemmeno uno, si saranno forse nascosti apposta per mettermi alla prova?" Ero entrata nel bosco portando con me un’aspettativa, e senza accorgermene, quell’aspettativa aveva lentamente costruito un muro tra il bosco e me, tanto che più cercavo con insistenza, più mi sentivo disconnessa.
Diventare il fungo
Alla fine ho rinunciato alla ricerca, e mi sono seduta su un vecchio tronco caduto. Ho chiuso gli occhi, e ho provato a immergermi in uno stato meditativo, sperando semplicemente di lasciar andare la mia frustrazione e riconnettermi con l’energia del bosco. Eppure, sotto quella meditazione, un piccolo desiderio continuava a farsi sentire, e mi rendeva inquieta, perché in verità volevo ancora trovare quei funghi, e nessun respiro profondo sarebbe riuscito a distrarmene.
Ciò nonostante, sono riuscita, poco a poco, a placare la mia mente, e dopo circa dieci minuti di vera quiete, ho sentito una voce, anche se non era esattamente una voce nel senso ordinario del termine, quanto piuttosto un messaggio netto e assolutamente incrollabile, un sapere interiore che apparve semplicemente, già pienamente formato, nella mia coscienza, e che diceva: "Se vuoi i funghi, devi diventare un fungo."
Rimasi sbigottita. "Diventare un fungo", pensai, "ma dici sul serio?" In quel momento non aveva assolutamente alcun senso logico, eppure il messaggio tornò, questa volta più preciso, del tutto indifferente al mio scetticismo, dicendomi di diventare uno di loro, di raggiungerli al loro livello, di posare fisicamente il mio corpo sulla Terra, di sentire il suolo, di connettermi al micelio sottostante.
La mia mente analitica, quella parte di me che si crede l’adulta responsabile nella stanza, produsse immediatamente un lungo elenco di obiezioni: mi sarei sporcata di fango, c’era quasi certamente una zecca da qualche parte, e c’era una possibilità molto concreta che un passante svoltasse l’angolo per trovarmi distesa a faccia in giù nel bosco. Qualcosa dentro di me capiva comunque esattamente cosa dovevo fare, mentre il mio ego se ne stava in disparte, braccia incrociate, del tutto scettico.
In qualche modo sono riuscita a zittire quel chiacchiericcio mentale, zecche e reputazione comprese, e ho lasciato che tutto il mio corpo si distendesse sul suolo del bosco, palmi aperti contro la terra umida, mento vicino al terreno, abbandonando la posizione dell’osservatrice per entrare pienamente, e un po’ ridicolmente, in quella della partecipante, e mentre lo facevo, mi dissi sottovoce, con tutta la sincerità che una persona distesa a faccia in giù nella terra può riunire: "Sto diventando un fungo!"
Immediatamente, qualcosa cambiò. Non riesco a descriverlo pienamente, perché non fu affatto un’esperienza ordinaria. Il confine tra me stessa e ciò che mi circondava si ammorbidì e poi semplicemente svanì, e mi sentii connessa a qualcosa di profondamente vivo, come se fossi stata collegata direttamente all’universo nascosto sotto la superficie, a quel mondo di radici e micelio che era sempre stato lì, appena oltre la mia coscienza ordinaria. Non c’era più alcun ego in quell’istante, nessuna preoccupazione di alcun tipo, solo quiete, e quello che sembrava un legame profondo, quasi telepatico, con la vasta rete sotterranea del bosco, uno straordinario senso di essere accolta e accettata esattamente per come ero. Non ho idea di quanto tempo sia rimasta così, cinque minuti o quindici, perché il tempo stesso sembrava essersi silenziosamente dissolto.
Quando finalmente riaprii gli occhi, ancora distesa a terra, senza muovere la testa, iniziai lentamente a percepire lo spazio intorno a me, consapevole di essere, in un certo senso, tornata in questa dimensione, e discretamente sollevata che nessun escursionista fosse, in effetti, passato di lì.
Ed eccoli lì.
Sei magnifici porcini si ergevano a circa 30 cm sopra la mia testa, disposti in un semicerchio, come se avessero pazientemente atteso che smettessi di cercare così intensamente e li raggiungessi semplicemente a livello del suolo. Solo pochi istanti prima, proprio quel punto era vuoto. Il bosco aveva probabilmente atteso il mio arrivo a questa esperienza; che io scendessi, diventassi un fungo, e che così facendo, elevassi il mio stato vibrazionale attraverso il gioco e l’abbandono.
Distesa lì, ancora un po’ coperta di fango, capii anche qualcos’altro, qualcosa che mi sembrava altrettanto importante quanto i funghi stessi, che lo stato vibrazionale del gioco e della meraviglia è qualcosa che dobbiamo imparare a scegliere, deliberatamente, ancora e ancora, soprattutto nei momenti in cui la vita sembra più pesante.
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